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La Consulta ha preferito lavarsene le mani

Le norme che vietano i matrimoni gay rispettano o meno l'articolo 3 della Costituzione, per il quale tutti gli uomini sono eguali di fronte alla legge senza distinzione di "sesso", razza, lingua o religione?
Non potendo essere la risposta che negativa, la Consulta avrebbe dovuto accogliere l'eccezione di incostituzionalità sollevata dal tribunale di Venezia.
E invece i ricorsi relativi ai matrimoni gay sono stati respinti con una doppia motivazione: l'organo competente a decidere sulla questione è il Parlamento e la diversità sessuale è necessaria per definire matrimonio l'unione di due individui. Ancora una volta dunque i diritti civili non sono riusciti farsi strada. Ancora una volta le minoranze o presunte tali sono state relegate in un ghetto. 
I giudici avrebbero dovuto pronunciarsi sulla legittimità costituzionale di quelle norme, ma hanno preferito scaricare le loro responsabilità sul Parlamento, che prevedibilmente, almeno nel breve periodo, non prenderà nessuna decisione in merito.  

Fortunatamente però l'ipotesi di una modifica della Costituzione sbandierata da qualche buontempone non ha nessua possibiltà di essere presa in considerazione. L'Europa non consentirebbe mai a un suo Stato membro di statuire che i gay non sono meritevoli della tutela costituzionale.
Ai sostenitori dei diritti civili non resta quindi che presentare ricorso alla Corte di Strasburgo.

Pubblicato il 13/4/2010 alle 21.3 nella rubrica diritti civili.

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