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l'informazione vi distruggerà
24 giugno 2011
Il massacro sociale è inaccettabile

Tre anni fa i governi europei, per salvare dal fallimento le banche occidentali, hanno imposto ai lavoratori sacrifici ai quali non erano tenuti. Conseguentemente i profitti dei banchieri sono aumentati vertiginosamente, mentre il reddito medio nei Paesi membri della UE è letteralmente crollato.

Ciononostante, nessuno di questi governi ha mosso un dito per aiutarci a uscire dal baratro in cui ci hanno spinto i neo liberisti. Anzi, per incrementare le loro rendite, hanno reso inefficiente lo Stato Sociale, ci hanno tolto i diritti acquisiti dopo decenni di lotte sindacali e, per trasformarci in sudditi dei funzionari di Bruxelles, hanno subdolamente distrutto l’interesse dei cittadini nei confronti della gestione della cosa pubblica.

La società civile ha messo in evidenza l’inganno della democrazia rappresentativa e ha ripudiato l’insipienza, la demagogia e il razzismo dei partiti che formano la maggioranza. Il prossimo passo deve essere l’abbattimento del potere degli avvoltoi che, blaterando sui presunti vantaggi del mercato senza regole, hanno massacrato l’uomo e la natura. Rifiutiamoci, pertanto, di pagare il debito, come hanno fatto gli islandesi e come si accingono a fare i greci e gli spagnoli, perché solo da questa iniziativa coraggiosa può partire la controffensiva democratica dei popoli d’Europa.


21 giugno 2011
La simbiosi tra economia, ecologia ed equità

Lo sviluppo legato esclusivamente alla crescita economica ha portato al collasso l’economia mondiale, perché i neo liberisti, accecati dalla frenesia di accrescere all’infinito i loro profitti, si rifiutano di ammettere che l’economia deve interagire con le risorse della società e dell’ambiente in cui opera.

Fortunatamente i sociologi e gli ambientalisti hanno capito che lo sviluppo si può considerare sostenibile solo quando riesce a soddisfare i bisogni sociali, oltre che materiali, della comunità e tiene conto delle peculiarità ambientali, preservando nello stesso tempo la possibilità per le generazioni future di ritrovarsi in un mondo più solidale e meno inquinato. La crescita economica, infatti, è un incessante processo di armonizzazione tra economia, ambiente e società in mancanza del quale questa si disgrega e l’ambiente diventa invivibile.

Per sostenibilità economica si intende la capacità di generare reddito e lavoro, combinando efficacemente tra loro le risorse idonee a valorizzare i prodotti e dei servizi del territorio. Per sostenibilità ambientale si intende la capacità di tutelare, utilizzare e rinnovare le risorse dello stesso territorio. Per sostenibilità sociale si intende la capacità di garantire sicurezza, salute e istruzione per tutti.

Insomma le dinamiche economiche non possono essere lasciate in balia degli eventi, ma devono tener conto delle esigenze sociali e ambientali. Infatti, se l’equità sociale e l’equilibrio ambientale non vengono visti come elementi da indirizzare verso il conseguimento di un fine comune, si arriva, gradualmente ma ineluttabilmente, alla distruzione dell’ecosistema e allo sfascio della società.

I cittadini hanno cominciato ad aprire gli occhi, tanto è vero che l’interesse nei confronti di questa tematica è cresciuto e i comportamenti individuali stanno mutando con una certa rapidità. Quello che fa paura è, invece, l’atteggiamento dei leader politici, che prendono coscienza dei problemi solo quando vedono traballare pericolosamente la loro poltrona.


18 giugno 2011
Il mio regno per il petrolio

La NATO si è buttata a capofitto nella guerra libica senza pensare alle conseguenze delle sue azioni. Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti pensavano di mettere Gheddafi con le spalle al muro nello spazio di qualche settimana ma si sono dovuti ricredere. Forse non avevano calcolato che i costi della guerra sarebbero divenuti insostenibili dopo solo tre mesi di guerra.

Al popolo americano, trascinato dalla follia dei suoi rappresentati a sostenere una miriade di guerre perdute in partenza, questo colpo di testa è venuto a costare fino a questo momento oltre un miliardo di dollari. Una parte del Congresso, tenuto conto delle condizioni economiche in cui versano gli Stati Uniti, ha fatto presente a Obama che, se l’aggressione alla Libia durasse dieci anni, come la guerra in Afghanistan, i costi potrebbero raggiungere la ragguardevole somma di diverse decine di miliardi di dollari. E lo ha denunciato per aver violato la War Powers Resolution, secondo il dettato della quale, prima di intervenire in Libia, avrebbe dovuto chiedere l'autorizzazione del Congresso. Domani scade il limite di tempo di 90 giorni dall’invio delle truppe. L'intervento dunque dovrà essere supportato da una dichiarazione di guerra del Congresso. Il Nobel per la pace ha replicato che questa dichiarazione non è necessaria, in quanto si era limitato a seguire una risoluzione Onu, ma i parlamentari in rivolta hanno già anticipato il loro NO alla richiesta di nuovi fondi.

Sugli altri fronti le cose non vanno meglio. Il ministro della Difesa italiano, dopo una riflessione approfondita sulle recenti batoste elettorali, ha concluso che sarebbe stato meglio non spendere tanti soldi per una guerra insensata. In Gran Bretagna, inoltre, i dipendenti del settore pubblico stanno preparando uno sciopero generale per il 30 giugno, mentre i leader militari inglese e francese hanno ribadito l’insostenibilità di un impegno prolungato in Libia con la concreta prospettiva di un fallimento. Stop The War Coalition ha fatto presente, infine, che le iniziative che proponevano soluzioni per un cessate il fuoco non sono state prese in considerazione.

I crimini commessi dai ribelli, l’indifferenza nei confronti delle vite dei civili e il mancato riconoscimento del Comitato di Liberazione confermano il sospetto che questa strana guerra sia stata motivata dalla fretta di mettere le mani sul petrolio della Libia.


8 giugno 2011
Torneremo alle monete d'oro?

Gli Stati Uniti sono in recessione economica. Incapaci di pagare i loro debiti senza stampare dollari, sono oramai avviati verso la bancarotta. Il count down è iniziato.

Per quanto riguarda l’Europa, il suo problema sta nel fatto che la banca centrale stampa oceani di euro a costo zero e li presta a interesse agli Stati membri che ne fanno richiesta.

Il governo tedesco, tuttavia, nel timore di perdere le elezioni, ha dichiarato che non presterà più soldi ai Paesi prossimi al default, come la Grecia, l’Irlanda, l’Islanda, il Portogallo, la Spagna, la Lettonia, l’Ungheria e l’Italia. Inoltre, di pari passo con l’inflazione, gli interessi dei titoli di Stato della maggioranza dei Paesi dell’eurozona sono in costante ascesa e le loro minacce di abbandonare l’euro si fanno sempre più concrete. In questa situazione stampare banconote per pagare i debiti dei Paesi membri, aumentando in tal modo il debito complessivo all’infinto, è diventato un percorso obbligato.

Alla luce di quanto sopra, considerate le condizioni disperate di quasi tutte le monete, l’ipotesi di un ritorno all’oro come mezzo di scambio, che era sembrata una favola, si sta rapidamente trasformando in una tragica realtà.

Questo è potuto accadere perché, quando l’economia cartacea fa premio su quella reale, il mercato non ha altra scelta che effettuare gli scambi in moneta sonante. E’ quindi possibile che vengano rimesse in circolazione le antiche monete d’oro e che questa iniziativa costituisca il presupposto per un ritorno alla mitica età dell’oro.

Forse il rifiuto del denaro senza valore si rivelerà la via d’uscita dalla trappola in cui si sono cacciati i globalizzatori.


3 giugno 2011
L'inferno che ci aspetta

Nel prossimo futuro sopravvivranno solo coloro che daranno vita a comunità autonome di agricoltori e pescatori, perché non soffriranno la fame e non dovranno cercarsi un lavoro.

Solo una persona in mala fede può affermare che in un mondo finito la crescita può andare avanti all’infinito. La diminuzione delle risorse energetiche e l’aumento della popolazione mondiale, che continua a vivere oltre le sue possibilità, determineranno, infatti, il declino inesorabile del tenore di vita di tutti. 

Purtroppo ci sono ancora leader che raccomandano la procreazione irresponsabile e la soddisfazione di bisogni indotti dalla pubblicità, che distruggono la Natura per realizzare progetti insensati, che fanno vivere i cittadini in mezzo ai rifiuti, che progettano la costruzione di centrali nucleari, che cementificano le campagne e bombardano i Paesi ricchi di petrolio. Costoro non si rendono conto che, grazie alle loro scelte infelici, ci sarà meno verde, meno acqua, meno cibo e meno spazio vitale anche per loro.

Siamo a un passo dal punto di non ritorno. La disperazione e i conflitti hanno raggiunto picchi di incredibile ferocia. E’ tempo di impostare l’economia sulla cooperazione invece che sulla competizione globale. Al centro dell’attività umana deve tornare l’uomo con i suoi bisogni. Ma, considerato che i padroni del mondo non rinsaviranno mai, tocca a noi fermare questo massacro, prima che una carestia spaventosa ci farà sparire dalla faccia della terra.

 

31 maggio 2011
I BRICS guideranno il Fondo Monetario Internazionale

L’Europa vorrebbe eleggere Christine Lagarde alla presidenza del FMI, ma i BRICS – vale a dire Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa - hanno obiettato che è tempo di cambiare, perché la situazione finanziaria mondiale non è più quella di prima e la candidata europea non è abbastanza competente.

La loro richiesta è giustificata dal fatto che, anche se non lascerà l’euro, la Grecia è destinata al fallimento, e tra non molto sarà seguita dall’Irlanda, dal Portogallo e dalla Spagna, che si trovano più o meno nelle stesse condizioni, per cui l’Europa non potrà portare ancora avanti una politica che finora si è rivelata controproducente.

Un analista politico ha affermato che, se il FMI darà quel posto a Lagarde, il suo comportamento sarà considerato arrogante, perché sono state l’lndia e la Cina, le economie che adesso tirano di più, a salvare il mondo dal disastro economico. Ha aggiunto poi che i suggerimenti dello stesso organismo hanno fatto fallire la Russia nel 1988 e si preparano a distruggere le economie della Grecia, della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda e dell’Italia.

Scandali sessuali, promesse non mantenute, debiti inesigibili, minacce di lasciare la UE o cancellare il Trattato di Schengen si susseguono senza soluzione di continuità. Ma il FMI, invece di risolvere questi problemi, persiste nel focalizzare la sua attenzione sull’impraticabile salvataggio dei Paesi che stanno attraversando una crisi economica senza precedenti.


24 maggio 2011
Il dissolvimento dell'Europa

Il diffondersi di sentimenti antieuropei in Danimarca, Francia, Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi, Finlandia, Grecia e Germania sta spingendo questi Paesi a tornare alla sovranità nazionale. In seguito all’aumento dell’immigrazione, inoltre, l’accordo di Schengen, che ha abolito i controlli alle frontiere, è stato rimesso in discussione. La politica predatoria della BCE, che ha determinato l’impennata dell’inflazione, un livello di disoccupazione insostenibile e la scarsità di cibo, ha fatto il resto.

Le misure di austerity imposte a Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda, come i licenziamenti nella pubblica amministrazione, l’aumento dell’età pensionabile, l’abbassamento delle pensioni e dei salari, hanno provocato d’altra parte una forte animosità nei confronti dei banchieri.

In Grecia e nel Regno Unito le proteste degli studenti e dei lavoratori si fanno sempre più violente. In Spagna sono tuttora in corso quelle dei giovani senza prospettive di lavoro. In diversi Paesi dell’Est europeo, come la Lettonia e l’Ungheria, i sentimenti antieuropei sono ormai incontenibili.

L’Independence Party inglese, il Fronte Nazionale francese, il Partito della Libertà austriaco, i Verdi danesi e quelli svedesi sono arrivati a chiedere la completa dissoluzione della UE. In Italia, Germania, Grecia e Spagna è più energica che altrove, inoltre, la richiesta di tornare alle monete nazionali.

I movimenti popolari della sinistra europea e i partiti xenofobi incitano i Paesi dove hanno una forte presenza a non pagare i loro debiti, trasferire di nuovo i servizi allo Stato e smantellare il sistema capitalista dei derivati.

I fiamminghi chiedono l’indipendenza dalle Fiandre, la dissoluzione del Belgio e l’uscita dalla UE. Lo Scottish National Party vuole una Scozia indipendente, mentre l’Inghilterra, l’Irlanda e il Galles se ne allontanano sempre più. La Turchia ha avuto una forte crescita economica e non ha più interesse ad associarsi alla UE.

Adesso che i cittadini europei protestano nelle piazze e nelle cabine elettorali contro i sacrifici che vengono loro imposti senza contropartita, come è successo in Francia e più recentemente in Germania e Spagna, il dissolvimento della UE e il ritorno alla sovranità monetaria dei Paesi membri è diventato inevitabile.

In una situazione così deprimente, l’unica possibilità di scongiurare la catastrofe è quella di rinunciare a scatenare guerre insensate e investire nell’economia reale le smisurate somme di denaro che si risparmierebbero.


21 maggio 2011
Dopo il Nord Africa, la Grecia e la Spagna adesso tocca a noi

Il momento in cui il popolo, affamato e disperato, tartassato e inascoltato, disprezzato e raggirato, si riprenderà i suoi diritti con le buone o con le cattive oramai è prossimo.

Il governo e le istituzioni sanno bene che, quando meno se lo aspettano, la rivolta popolare esploderà pure in Italia. Tuttavia, non avendo soluzioni per scongiurarla, possono solo sperare che la deflagrazione si verifichi il più tardi possibile.

Essi sanno che le manifestazioni che si sono avute nel corso di quest’anno, la sconfitta della destra al primo turno delle elezioni amministrative, la vittoria in Sardegna del SI al referendum contro il nucleare e il successo del Movimento a 5 Stelle sono stati i primi tappi a saltare. Sono certi che il prossimo tappo salterà fra tre settimane, quando si terrà il referendum contro il nucleare su scala nazionale. E tremano al solo pensiero che alle prossime manifestazioni degli studenti senza futuro, degli insegnanti senza lavoro, dei pastori sardi in preda alla disperazione o dei napoletani costretti a vivere in simbiosi con la spazzatura salterà tutto in aria.

La rivolta sarà incontrollabile, perché il popolo si è reso conto che i giovani hanno mille ragioni per insorgere contro una classe politica che non si cura delle esigenze del Paese. Ma anche perché la Rete consente a chi rifiuta la globalizzazione del mercato di diffondere il Movimento di Liberazione in tutta l’Europa.

La cricca degli opportunisti politici sclerotizzati che continuano a sfruttarli non si illudano. Quello che sta nascendo non è l’ennesimo partito, ma un Movimento creato da giovani estremamente decisi a cacciarli per sempre dalla scena politica. L’epoca della democrazia rappresentativa è finita. I cittadini sono maturi per realizzare la democrazia diretta, attraverso i referendum senza quorum.

Il neoliberismo ha mancato i suoi obiettivi. I cittadini hanno voglia di partecipazione, solidarietà, pace e tempo libero. L’uscita dal modello di sviluppo che ha distrutto l’ecosistema, la pace sociale, i rapporti sociali, l’economia e il futuro del mondo sarà tanto più radicale quanto più crescerà la nostra indignazione nei confronti dei parassiti che pensano ancora di tenerci buoni ripetendo come pappagallini ammaestrati infami menzogne e inattendibili promesse.

19 maggio 2011
Il cambiamento epocale è iniziato nel Maine

Una città del Maine ha rivendicato la sovranità alimentare sull’agricoltura. I suoi abitanti hanno voluto dimostrare che questa è la strada per liberarsi dei governi asserviti agli interessi privati degli idolatri che non conoscono altro Dio se non il Denaro.

E’ il cambiamento epocale che tutti si aspettavano, quello che prima o poi eliminerà dalla faccia del pianeta il mondo del business globale, che ci opprime, ci spreme come un limone e costringe i giovani a vivere senza un futuro.

Le tasse alte, lo strapotere legislativo e l’invadenza delle lobby non risolveranno mai i problemi che questo sistema sempre più costoso ha creato. La vera rivoluzione può arrivare solo da soluzioni costruttive e pragmatiche prese a livello locale e portate avanti con entusiasmo e determinazione.

Coltivare il proprio orto o acquistare prodotti alimentari direttamente dal contadino può essere il primo passo per bonificare l’acquitrino nel quale finora le rane neoliberiste si sono abbeverate. La soluzione del problema è stata trovata. Occorre solo la volontà da parte di tutti di strappare il potere dalle mani di questi tiranni.


13 maggio 2011
Il Disordine Mondiale sta giocando le sue ultime carte

Chi si è reso conto che, quando gli uomini vivevano in sintonia con la Natura, erano più soddisfatti di quanto non lo siano adesso, troverà utile capire come hanno fatto i neoliberisti a trasformarci in automi inconsapevoli della loro condizione.

Fino a non molti decenni fa la maggior parte dell’umanità viveva coltivando la terra. Il lavoro dipendente su larga scala era quasi sconosciuto. Ogni famiglia possedeva un pezzo di terra che bastava a renderla autosufficiente. Non esistevano conflitti di classe, la vita era semplice e le relazioni sociali gratificanti.

I neoliberisti, per impadronirsi delle nostre coscienze, ci hanno indotto a credere che abitare lontano dalle città affollate non dava molte soddisfazioni e che era meglio rinchiudersi in minuscoli bunker, fare i pendolari e concepire la vita come una lotta senza quartiere per guadagnare sempre di più.

Ci hanno poi indotti al consumo smodato di beni e servizi non necessari, con il pretesto che sarebbero serviti a lenire lo squallore della nostra vita.

Hanno inventato, infine, il multiculturalismo, per ricattare i lavoratori con la minaccia che, se non avessero accettato di lavorare più a lungo e con stipendi più bassi, avrebbero assunto gli immigrati.

E’ necessario quindi tornare alle piccole comunità auto-organizzate, che vivevano coltivando la terra e scambiandosi i prodotti, ricostituire i vincoli naturali dei quali ci hanno subdolamente privati, tornare alla solidarietà e farla finita con le guerre coloniali.

Negli ultimi tempi gli orientamenti delle popolazioni occidentali sono cambiati. Scelgono di vivere, infatti, quando questo è possibile, in paesi di medie dimensioni immersi nel verde, fare un lavoro tranquillo anche se non molto remunerativo e ridurre i consumi al minimo indispensabile.

Nello stesso tempo è indispensabile riprenderci la sovranità monetaria che abbiamo delegato all’Europa, uscendo dall’euro. La Grecia ha già pensato di farlo e altri Paesi membri della UE si accingono a seguirla. Prima o poi quindi l’economia fondata sul debito fallirà e il Trattato di Schengen sarà abrogato.

Non c’è nessun motivo per il quale dobbiamo sacrificarci agli interessi dei neoliberisti e rischiare una lunga e sanguinosa guerra civile, quando la nostra economia può rinascere con un semplice atto di volontà.


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